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Banche ed export di armi «Serve più trasparenza»

ANDREA ALBA

«Oggi è impossibile rintracciare nella Relazione governativa le singole operazioni autorizzate da ogni banca, e la controparte cioè il Paese destinatario degli armamenti». Giorgio Beretta, analista dei rapporti tra finanza e armamenti per il bresciano Opal (osservatorio permanente sulle armi leggere), segue da più di vent’anni il fenomeno ed è tra i fondatori del movimento di sensibilizzazione delle “banche armate”. Un’attività costante che si traduce in report e aggiornamenti continui e che gli stessi istituti di credito conoscono bene: dal sito banchearmate. org ormai tantissimi cittadini hanno scaricato, compilato e inviato al proprio istituto di credito una lettera che chiede di esplicitare la direttiva (policy) riguardo al coinvolgimento in operazioni nel settore della produzione e commercializzazione di armamenti nucleari, mine antipersona, bombe a grappolo e al settore della produzione e commercializzazione di armamenti convenzionali e delle armi leggere e di piccolo calibro destinate a Paesi esteri.

Dott. Beretta, che cosa chiede il vostro movimento agli istituti di credito?

«Fin dall’inizio, dal 2000, la nostra richiesta alle banche è stata di non effettuare operazioni relative ad esportazioni di armamenti, o perlomeno di delimitarle fortemente definendo criteri specifici all’interno di una propria policy».

Che tipo di criteri?

«Basterebbe che utilizzassero i criteri già presenti nella legge: l’esclusione di Paesi in cui si violano i diritti umani o nei quali c’è un conflitto in corso. Non chiediamo alle banche di dire quali aziende sono loro clienti. Ma i Paesi destinatari dei sistemi di armamento, quindi quelli da cui incassano, sì. Anche di definire le tipologie di armamento. Un conto è una nave militare per lo sminamento, un conto una corvetta con capacità di attacco».

Come è cambiato negli anni il Rapporto annuale ministeriale, fornito in base alla legge 185/1990?

«Fino al 2008 circa ogni singola operazione veniva riportata: quindi se ad esempio c’era un’operazione da 150 milioni di euro verso l’Arabia Saudita, il nome dell’azienda non c’era ma c’erano i dettagli – anticipo, prestito, incassi – oltre all’ammontare dell’intera autorizzazione. E il tipo di sistema d’arma. L’elenco di dettaglio è stato tolto nel 2008, con il governo Berlusconi 4. Nel 2013 il Mef, ministero economia e finanze, ha deciso arbitrariamente di riportare solo gli 'importi segnalati', non gli autorizzati, pur avendoli a disposizione. Il che rende impossibile correlare le operazioni svolte dalle banche con gli importi autorizzati per l'export di armi. Non sappiamo più a quali esportazioni si fa riferimento. Questa sottrazione di informazioni rende impossibile il controllo parlamentare, e della nostra campagna. Inoltre ha favorito l’ingresso da parte di banche estere, soprattutto quelle che non hanno alcuna autoregolamentazione. Noi chiediamo il completo ripristino della trasparenza nel Rapporto, in osservanza alla legge».

Oggi qual è il “panorama” nel mondo del credito, su questo tema?

«Negli anni fino al 2006, anche in seguito alle molte lettere ricevute dai correntisti, i maggiori istituti italiani avevano via via adottato politiche rigorose e anche abbastanza trasparenti. Unicredit aveva definito una policy per cui offriva servizi solo per l’export verso Paesi Nato o Ue, Intesa Sanpaolo era arrivata addirittura ad azzerarlo. Lo stesso Mps, Monte Paschi, fin dai primi anni 2000. Policy restrittive sono state assunte pure da altri istituti, come Bnl, Bper, Banca popolare di Milano. Il problema riguarda soprattutto le banche estere. Deutsche Bank non ha questo tipo di policy, lo stesso Commerzbank e Paribas».

Perché queste pratiche sono state adottate solo da istituti italiani?

«Sulle banche con sede all’estero è difficile, come correntisti, fare pressione. Noi stiamo allargando la nostra campagna in Germania e Regno Unito, ma sono Paesi in cui la sensibilità è diversa rispetto all’Italia. In ogni caso è sempre importante che ogni correntista mandi la lettera che noi promuoviamo nel sito. Chiedendo alla sua banca se ha una “policy” e se fa un rapporto su queste operazioni. È un sistema molto efficace ».

Avete chiesto ai maggiori istituti di credito se supportano export di armi verso Israele? Con che esito?

«Siamo attivi per il boicottaggio e il disinvestimento verso Israele, per contrastare il genocidio in corso a Gaza. Quindi abbiamo chiesto a Unicredit, Intesa e Bnl di non supportare vendite di armi in questa direzione. Abbiamo avuto riscontro da Unicredit, in modo dettagliato, e brevemente da Intesa. I due istituti ci dicono che non ci sono attività di questo tipo in corso. Del resto, di recente lo stesso governo ha interrotto questi flussi».

Infine, la legge 185/1990.

«Siamo riusciti a bloccare per ora il progetto di modifica, un risultato della pressione di tutte le nostre associazioni. È fermo alla Camera e non calendarizzato, in Senato la norma è già passata. Vigileremo a settembre perché non vi sia calendarizzazione. Ritengo molto importante in questo senso anche le recentissime linee guida che la Cei, conferenza episcopale italiana, ha emesso in tema di investimenti sostenibili: l’indicazione dei vescovi è di rinunciare a investire direttamente o indirettamente in aziende attive nella produzione sia di armi convenzionali che non convenzionali. Un passaggio cruciale».

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Abbiamo chiesto a Unicredit, Intesa Sanpaolo e Bnl di non supportare export di armi verso Israele

GIORGIO BERETTA Analista osservatorio Opal

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